sabato 3 gennaio 2015

IL PADRONE DI TUTTO



In un tempo a cavallo del passato, del presente e del futuro, in un luogo che avrebbe potuto essere ovunque, il padrone di tutto camminava su e giù per la cupa stanza con le mani incrociate dietro la schiena e il capo chino, incurante del vento che entrava dalla finestra aperta sul buio; di tanto in tanto si arrestava di botto, rialzava la testa e mugugnava qualcosa prima di scuoterla e farla ricadere sul petto per riprendere ad andare avanti e indietro senza tregua.
Era molto magro, con la pelle grigiastra tesa sulle ossa e con le nodosità delle giunture che sembravano dover sbucare fuori dagli abiti da un momento all’altro. Aveva il viso smunto, lo sguardo febbricitante e gli occhi cerchiati di scuro di chi non dorme da tempo.
Infatti passava tutta la notte a chiedersi perché, pur potendo disporre di tutto, fosse il più infelice tra gli abitanti di quelle contrade.
Alla ricerca della risposta era andato in giro in posti e luoghi vicini e lontani, con la luce del sole o nel gelo dell’inverno, di giorno e di notte, e aveva osservato gli altri, quelli che gli apparivano tanto diversi da lui. È vero, non erano tutti uguali. C’era chi sembrava sempre felice, chi spensierato, chi triste: insomma, c’erano tutti gli stati d’animo che si possano immaginare. Però, nessuno era afflitto da una perenne infelicità come lo era lui.
Avrebbe voluto avvicinarsi per chiedere come facessero a essere così com’erano, ma la paura di essere additato come inferiore dai suoi sudditi l’aveva indotto a mantenere un basso profilo e ad agire con estrema discrezione.
Aveva deciso che ne avrebbe fatto rapire qualcuno per esaminarne le caratteristiche intellettuali e anatomiche.
“Alla fine riuscirò a trovare quello che cerco” disse fra sé e sé. “Riuscirò a trovare come fanno a non essere come me”.
Dalla sua alta finestra cominciò a osservare i passanti e scelse.
Dapprima prese un umile ragazzo che tornava dal suo lavoro di bottega. Gli era sembrato così allegro e spensierato che aveva ritenuto potesse dargli la soluzione.
Ne aveva esaminato il corpo minuziosamente e l’aveva interrogato fino allo sfinimento, ma non era emerso nulla che fosse utile alla sua ricerca: il ragazzo continuava a dirgli, senza alcuna ombra di paura nello sguardo, che non faceva niente di particolare per essere quello che era.
L’abbandonò sotto un ponte vicino al fiume in stato di semi-incoscienza.
Poi aveva fatto rapire un impiegato con due gote rosse e un addome prominente che viveva di facezie e di grandi risate. L’aveva osservato a lungo e aveva notato che quando era tra gli altri finiva sempre col tenersi il pancione mentre rideva alla grande e aveva immaginato che possedesse la risposta che agognava.
Riuscì solo a farlo piangere senza che il segreto della sua bonaria felicità si rivelasse.
Quella notte la trascorse consumando il pavimento della sua stanza e affacciandosi di continuo per vedere se nel buio passasse qualcuno che fosse degno della sua attenzione, ma vide solo cani randagi e gatti che rovistavano nell’immondizia accumulata agli angoli delle strade.
Il mattino seguente decise che doveva salire più in alto tra la gente, doveva scegliere qualcuno che gli si avvicinasse di più.
Ordinò che prendessero un facoltoso commerciante e lo fece tradurre nelle sue segrete. Ne esaminò il corpo grasso e flaccido e lo interrogò fino a sfinirlo. L’uomo gli offrì anche tutti i suoi averi pur di essere lasciato libero, ma il padrone di tutto lo cacciò a calci: non era stato in grado di fornirgli alcuna soluzione al suo problema.
Il suo tormento non faceva che aumentare: perché non gli riusciva di essere felice, perché non sorrideva almeno una volta ogni tanto?
E più si arrovellava sul problema e più aumentava la sua infelicità.
Come una furia uscì dal palazzo e prese a vagare per le strade.
Gli sembrava che tutti fossero allegri, che riuscissero a sorridere e a essere felici di quello che possedevano nonostante gli affanni che la vita riservava loro.
Poi una ragazza attirò la sua attenzione. Non era particolarmente bella, eppure a guardarla lì seduta a leggere gli occhi si fermavano sul suo viso e rimanevano come incantati dall’espressione di gioia che esprimeva.
Il padrone di tutto si sedette su un muretto di fronte alla giovane e non perdeva una sola delle sue mosse. In verità la ragazza era talmente intenta nella lettura che le uniche azioni che compiva erano girare la pagine e cambiare appena di posizione; solo di tanto in tanto lanciava uno sguardo verso il fondo della via.
Passò almeno mezz’ora così, con l’uomo magro che scrutava la fanciulla e lei immersa tra le pagine del libro, fino a quando, dalla strada di fronte alla ragazza, non arrivò un giovane, anche lui né bello né brutto, ma con un’espressione di gioia sul viso; le si accostò e le diede un bacio su una guancia prima di scambiarsi poche parole, l’uno sprofondato negli occhi dell’altra. Lei richiuse il libro e lo ripose nella borsa che aveva a tracolla, intrecciò le sue dita con quelle del ragazzo e si allontanò con lui; i passi dei due sembravano sfiorare il suolo mentre i loro sguardi non smettevano di incrociarsi.
Gli occhi del padrone di tutto si ridussero a due fessure mentre le labbra assumevano una piega maligna.
“Sono loro, ne sono certo. Devo prenderli perché così saprò come fare!”
Quella sera nessuno dei due ragazzi tornò alla propria abitazione.

L’uomo dal volto smunto e dagli occhi cerchiati entrò nella segreta spoglia e fredda. I due ragazzi sedevano l’uno vicino all’altra, guardati a vista da sgherri dall’aspetto più stupido delle loro armi.
«Parlate, ditemi perché siete così allegri, perché siete felici. Voi non avete niente, né ricchezze né bellezza: siete come tutti gli altri! E allora, perche continuate a essere contenti della vostra esistenza? Perché siete più felici di me? Di me che ho tutto!» disse con la voce che rimbombava nell’antro.
I due si scambiarono uno sguardo carico di tenera complicità e poi la ragazza si rivolse al padrone di tutto con viso sereno e voce tranquilla.
«Vi guardo, signore, e so che la notte non dormite».
Lo sguardo del padrone di tutto si indurì.
«Per colpa della mia infelicità. Per questo non dormo».
La ragazza accennò a un sorriso di comprensione prima di riprendere a parlare.
«Però, signore, anche quando dormivate non sognavate, vero?»
Gli occhi dell’uomo vagarono per la stanza per scandagliare i ricordi; poi fece dei brevi cenni di assenso con il capo.
«E ditemi, mio signore, cosa vi appariva mentre dormivate? Il nero del buio o il vuoto del nulla?»
L’uomo piegò gli angoli della bocca all’ingiù e rispose: «Il vuoto».
La ragazza annuì con un'ombra di tristezza negli occhi; poi scambiò di nuovo lo sguardo con il ragazzo prima di rivolgersi di nuovo all’uomo che rimaneva in piedi al centro dell’antro, ma senza apparire più imponente come prima.
«Sognare serve a ricordare le proprie esperienze, belle o brutte non importa, a mettere in discussione la propria vita, a compararla con altre possibilità, in definitiva a metterci ordine per vivere al meglio delle possibilità che si possono avere. C’è chi non ricorda il sogno che fa, ma non importa perché comunque lo ha fatto. E poi c’è chi non sogna davvero, come nel vostro caso, e questi non ha immaginazione ed è costretto a vivere solo la vita che ha. E una vita sola non basta per essere felici. Voi, per correre dietro alle ricchezze e al potere per diventare il padrone di tutto, avete perso il vero potere: quello dell’immaginazione».
L’uomo incupì ancora di più lo sguardo mentre soppesava le parole della ragazza.
«Se fosse vero quello che dici, come potrei ritrovare l’immaginazione? E poi basterebbe a tornare felice?». Poi inclinò appena la testa e la fissò negli occhi chiari e sereni: «E tu, ragazza, come fai a essere così felice, solo per i sogni che fai?»
La ragazza non rispose subito; tirò il libro fuori dalla borsa e disse: «Quando leggo, io vivo mille vite: una per ogni personaggio di ogni storia. È come se sognassi di giorno e di notte. Forse questo farà del bene anche a voi, signore; se non riuscirete a ritrovare la vostra immaginazione, almeno potrete usare quella degli altri che hanno scritto le storie per trovare un po’ di felicità».
Gli occhi del padrone di tutto si riempirono di curiosità. L’uomo fece alcuni passi e raggiunse la ragazza con la mano protesa; lei gli consegnò il libro con un lieve sorriso sulle labbra.
L’uomo prese a leggere e alla terza pagina andò a sedersi su una sedia senza che il mondo intorno avesse più l’importanza che aveva avuto fino a poco prima.
I ragazzi si allontanarono e fecero ritorno alle proprie abitazioni senza che nessuno glielo impedisse.

Il pomeriggio seguente la ragazza si vide recapitare da una guardia il libro che aveva dato al padrone di tutto; lo guardò e seppe che erano state lette tutte le quattrocento pagine.
Nello stesso giorno incominciò il lavoro per la costruzione di una grande biblioteca proprio ai piedi della torre principale e il padrone di tutto concesse a chiunque di entrarvi.
Gli occhi di tutti si levarono a guardare la finestra più in alto e si meravigliarono nel trovarla chiusa per la prima volta in tanti anni.




Gli uomini d'affari si vantano di essere astuti e capaci
ma in cose di filosofia son come bambini piccini.
Gloriandosi fra compagni di fortunati saccheggi
trascurano di meditare l'estremo destino del corpo
e non sapranno mai del grande Maestro della verità
che vide il vasto mondo in una coppa di giada.
CH'EN TZU-ANG (656-698 d.C.)




8 commenti:

  1. Sicuramente a te non mancano né immaginazione né sogni. Bravo!!

    RispondiElimina
  2. È una favola....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. Ma nel senso del genere, come complimento o entrambi? Grazie, anonimo 2

      Elimina
  3. bel racconto, attualissimo.
    Mi ha fatto pensare anche a quelle persone che hanno poco, o nulla, ma corrono alla ricerca di status symbol per essere alla moda.
    E da questa essere accettati....

    RispondiElimina
    Risposte
    1. e non quelli che corrono dietro ai cani alle tre di notte nella brughiera di Veruno! Grazie, Pino, del bel commento..

      Elimina
  4. E' un sogno avvolto in una fiaba...Molto tenero.
    S.V.

    RispondiElimina
  5. Grazie, S.V., contento che ti sia piaciuto

    RispondiElimina